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Primi runner italiani alla Maratona di NY

Quasi per caso ci ritrovavamo ad essere i primi italiani che avrebbero corso la maratona della Grande Mela.

Ancora oggi le profonde sensazioni di quel giorno fantastico sono scolpite dentro in modo indissolubile“.

Il racconto è di Franco Ambrosioni, atleta e fisioterapista.

maratona_ponte ny

Tutto era nato quasi per caso.

Nell’Ottobre 1978 Marco Marchei ed io eravamo stati invitati in Canada a Montreal per correre la prima edizione del Gran premio Alitalia, gara su strada di 10 km.

Due settimane dopo a New York si sarebbe corsa l’ottava edizione della Maratona di New York , già famosa in tutto il mondo che si avviava a diventare quella che oggi è universalmente considerata la 42 km più ambita da migliaia runners di tutti i paesi.

Senza esitare decidemmo di cogliere l’occasione e dopo un breve volo raggiungemmo l’aeroporto di La Guardia ; ad accoglierci trovammo Ninì Beccali, campione olimpico sui 1500m (Los Angeles 1932) che aveva scelto di rimanere negli States diventando un importante commerciante di vini.

Per qualche giorno ci ospitò generosamente a casa sua, accompagnandoci ogni sera in esclusivi circoli italo-americani, dove cenando avemmo l’occasione di conoscere i nipoti di successo dei nostri primi emigranti.

Ci avevano nel frattempo raggiunti Massimo Magnani, il più forte maratoneta italiano di allora (2:11’ il suo record) e Luciano Mazzanti, entrambi ferraresi.

Quattro italiani avrebbero così preso per la prima volta il via alla maratona di New York.

La domenica precedente la gara facemmo l’ultimo allenamento a Central Park, 30 km  lungo i viali ed intorno al famoso laghetto (come Dustin Hoffmann nel film ‘Il Maratoneta‘).

Svuotati di tutto l’apporto di zuccheri, iniziammo la dieta pre-maratona in uso a quei tempi: 3 giorni di sole proteine e 3 di soli carboidrati.

I sei giorni volarono e ci ritrovammo ai nastri di partenza.

Terrore! 11.000 persone già schierate: come avremmo fatto a portarci davanti sulla linea di partenza dove c’erano i migliori  in attesa dello start?

Miracolo! La gente vedeva la maglia azzurra e ci sospingeva calorosamente nei varchi che si aprivano tra grida di incitamento.

Una delle emozioni più forti della mia vita fu trovarmi sul Ponte di Verrazano in mezzo a diverse migliaia di altri corridori.

Poco dopo il via raggiunsi Frank Shorter, il vincitore sei anni prima della maratona olimpica di Monaco,mi accodai a lui per qualche miglio per poi superarlo.

Marco Marchei nel frattempo, con grande coraggio, se n’era andato seguendo le sue sensazioni che lo avrebbero portato ad un risultato finale che non ci si sarebbe mai aspettato per un esordiente.

Miglio dopo miglio, eccomi al  Pulaski Bridge dove un cronometro luminoso dava il passaggio a metà gara (per me 1:09’38”): finalmente un dato certo dopo vani tentativi di trasformare in proiezione finale i tempi di passaggio riferiti alle miglia percorse.

Via così! Ecco il Queensboro Bridge, belvedere privilegiato sui grattacieli, la Prima Strada con la folla straboccante, il Bronx, il ritorno in Manhattan, Central Park.

La fatica cominciava a stroncare ma continuavo comunque a superare gruppi di maratoneti, poi dei singoli sempre più staccati tra loro. Lungo i saliscendi di Central Park mi gridavano ‘good race! good race!’ e continuavano ad applaudire, ma non avevo la minima idea di che posizione occupassi in quel momento.

Ultimo sforzo la volata finale e resistere a un corridore superato da poco che tentava di rientrare.

Ho tagliato il traguardo in 2:19’08”, quasi un cronometro umano: due metà maratone corse in un tempo pressoché uguale.

Alzo gli occhi e vedo Marco che corre ad abbracciarmi e mi racconta del suo meraviglioso 4° posto e mi comunica il mio piazzamento: 9° !

Sono emozionantissimo, faccio fatica a crederci mentre mi posano una coperta di alluminio sulle spalle.

Un piccolo calice d’argento e una bandiera americana che aveva  sventolato per qualche giorno sulla Casa Bianca (regalo di un italo-americano ex membro del congresso degli USA ed allora personaggio di spicco della comunità italiana) sono i ricordi tangibili di quella straordinaria esperienza.

Più care e difficili da rendere a parole sono le sensazioni profonde scolpite dentro di me in modo indissolubile di quel giorno fantastico.”

 

< Franco Ambrosioni>


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