L’artista pop britannico Philip Colbert, nato in Scozia, vive e lavora a Londra, ha un seguito in tutto il mondo per il suo personaggio di aragosta da cartone animato e per i suoi dipinti storici pop che esplorano la cultura digitale contemporanea e la sua relazione con un dialogo storico-artistico più profondo.
“Sono diventato un artista quando sono diventato un’aragosta – afferma Philip Colbert – e dopo aver studiato per molti anni dipinti storici con scene di battaglia, sono rimasto improvvisamente colpito dalla profonda influenza che i mosaici hanno avuto su artisti come Rubens. La sfida era rappresentarli in un lavoro di grandi dimensioni, complesso nella composizione e squisito nei dettagli. La fantasia, che è sempre proiettata verso il futuro, diviene poesia quando incontra il passato: vorrei trasmettere questo messaggio a tutti i visitatori, in particolare ai più giovani”.
Laureatosi con un master in filosofia presso l’Università di St. Andrews, Colbert ha già ricevuto consensi internazionali ed è esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, famoso per il suo nuovo ed energico approccio alla pittura e alla teoria pop.
Accanto ad una delle più belle collezioni al mondo di reperti greco-romani contenute al MANN, le opere di Colbert (sculture e tele) dialogano con i gioielli dell’arte antica, in un incontro forse inaspettato, come quello fra un’aragosta pop e l’iconografia di statue ed affreschi.
Il ricco simbolismo rimanda in un dialogo continuo la storia dell’arte con l’esperienza umana più ampia.
“Man mano che la mia passione per le aragoste si sviluppava, tracciando il loro simbolismo attraverso la cultura pop e oltre, mi riportava inevitabilmente ai mosaici di Pompei, dove ho trovato le loro prime raffigurazioni. Per me, la collocazione dell’aragosta al centro dell’immagine, intrappolata in questo triangolo della morte, come lo interpreto io, accanto al polpo e all’anguilla, è una potente metafora visiva che ho voluto sviluppare nel mio lavoro, infondendola con una narrazione che trascende il tempo e si connette con lo spettatore a livello viscerale. Il motivo della battaglia non è semplicemente una rappresentazione del conflitto, bensì un riflesso anche delle nostre lotte interne, dei conflitti sociali e della danza perpetua tra forze opposte nella vita”.
<editorial staff Wemagazine>
Photo credits: foto di Ivan Romano x Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN)

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