Programmata fino all’11 aprile 2027, il Museo di Roma Palazzo Braschi ospita la grande mostra su Keith Haring, curata da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.
Coprodotta e organizzata da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura, l’esposizione riunisce oltre 140 opere e materiali concessi eccezionalmente in prestito dalla Nakamura Keith Haring Collection, la maggiore raccolta al mondo dedicata all’artista, affiancata da importanti prestiti pubblici e privati.
Artista versatile, ha prodotto stampe, opere su carta, disegni, poster, sculture, oggetti, oltre ai Subway Drawings a gessetti dipinti sui pannelli della metropolitana di New York e ai pannelli colorati a spray lungo l’autostrada FDR Drive di Manhattan.
Tutti rientrano prepotentemente nella sua epoca, con strade in fermento, musica e club, street art, attivismo e cultura popolare.
La sua convinzione è originaria e resta semplice: l’arte deve essere accessibile a tutti.
E così sono comprensibili le sue figure più iconiche, il Bambino Radiante, il Cane, l’Uomo Alato, ad esempio.
Altri lavori diventano poi più intimi, simbolici e spirituali, con il Serpente, la Croce, l’Angelo e la Piramide, Apocalypse e Altarpiece.
“Sono affascinato dalle forme che le persone scelgono come simboli per creare un linguaggio” annotava Haring già nel 1978. E le sue figure sono divenute un vero e proprio linguaggio visivo autonomo, riconoscibile in tutto il mondo.
Il percorso espositivo parte dall’Italia dove Haring viene conquistato dai monumenti, i musei, le strade di Roma; poi girovagando tra Milano e Napoli, dove collabora con Fiorucci e diverse gallerie.
Sui pannelli della metropolitana e accanto ai cartelloni pubblicitari di New York, Haring lascia il suo energico segno oltre i confini tradizionali della tela, creando anche opere di dimensioni monumentali nell’arco di poche ore o pochi giorni, con un segno pulito e graficamente preciso, nato dalla sua formazione nella cultura di massa dei fumetti e nella pratica del cut-up letterario.
Il suo impegno politico e sociale era libero da condizionamenti, citava spesso: “Non credo che l’arte sia propaganda: deve essere qualcosa che libera l’anima, provoca l’immaginazione e spinge le persone ad andare oltre. Celebra l’umanità invece di manipolarla.”
La musica però veniva prima del segno, alla quale riservava un posto centrale mescolandola all’arte visiva e a tutte le altre performance creative.
Club 57 e Paradise Garage diventano per Haring luoghi essenziali, dove artisti, musicisti e performer si mescolano liberamente, nutrendosi a vicenda della propria energia.
Nelle sue linee si può quasi sentire il battito: le figure danzanti pulsano sulla superficie e la linea stessa diventa ritmo, movimento, una forma di musica visiva a tutti gli effetti.
L’universo religioso e simbolico è l’altro vocabolario flessibile dal quale carpire segni di vita, energia, conflitto, trasformazione, speranza.
Come Picasso guardò all’arte africana, precolombiana e azteca, affascinato dalla loro forza diretta, insieme primitiva e futuribile, aggiungendole all’iconografia cristiana e alla mitologia classica.
Il suo alfabeto sarà capace di attraversare i confini culturali restando fedele a temi universali come nascita, morte, amore, fede, esperienza umana condivisa della linea sottile tra distruzione e trascendenza.
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