Di Andy Warhol, riconosciuto a livello internazionale come probabilmente l’artista più influente e significativo della seconda metà del ventesimo secolo, molto si sa del suo lavoro e influenza nella Pop Art, un po’ meno come disegnatore di tessuti commerciali e carte da parati, altri ambiti decorativi serigrafici.
La mostra ‘Andy Warhol. Pop Art & Textiles’ in programma a Biella fino al 6 aprile 2026 nei Palazzi Gromo Losa e Ferrero, in corso del Piazzo 22 e 29, accompagnano in un viaggio nel cuore delle opere e dell’immaginario dell’artista, tra serigrafie, foto, riviste, cover di vinili, ceramiche, manifesti e, per la prima volta in Italia, tessuti, abiti e disegni originali provenienti da Fashion & Textile Museum di Londra.
Illustrastore e designer, artista e regista, collezionista e icona pop, nei molti volti di Warhol si intrecciano come pattern i suoi vissuti, concetti e immagini, capaci di incidere sulla vita quotidiana delle persone forse ancor più di un dipinto o di un’architettura.
Nella città Unesco del Tessile, supportata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, il Comune di Biella e Gruppo Banca di Asti, l’esposizione approccia la poliedricità e la capacità di sperimentazione, oltre alla complessità di Andy, capace come pochi altri di creare connessioni e dialoghi fra diverse arti, incluse queste rare documentazioni di moda, grafica e arte tessile.
Dennis Nothdruft di the Fashion and Textile Museum spiega: “Andy Warhol: The Textiles è una mostra che presenta nuove e continue ricerche su un aspetto poco conosciuto della carriera dell’artista che fu anche di grande successo commerciale a New York. Questi tessuti e capi di abbigliamento esposti rappresentano un decennio di scoperte in questo ambito. I disegni tessili mostrano alcune prime illustrazioni che anticipano delle idee che avrebbe poi sviluppato nella pop art del XX secolo”.
Negli anni Cinquanta, Warhol infatti era già un nome di culto tra i creativi della moda e della comunicazione. Lavorava come grafico freelance per riviste come Glamour, Harper’s Bazaar, Vogue e Seventeen, e per marchi di lusso come Miller Shoes, Bonwit Teller, Tiffany’s e Fleming-Joffe, mostrando uno stile personale immediatamente riconoscibile e una poetica seriale vibrante e ad effetto di motivi decorativi continuativi.
I tessuti esposti nascono da questo suo linguaggio di pattern ironici, come scarpe appuntite, cappelli, farfalle, frutti, fiori, bottiglie, bottoni, clown, cavalli, gatti e animali da giardino, rispecchiando un’epoca dove l’arte si univa alla moda.
Piuttosto che realizzare un unicum, Warhol preferiva creare copie e serigrafie in ogni ambito della sua produzione artistica, secondo uno più stile industriale che elitario.
Eppure gli si riconosce la sua grande capacità di avere trasformato una tecnica considerata minore in un linguaggio colto, capace di contaminare pittura, grafica e pubblicità, oltre che influenzare la maggior parte degli artisti contemporanei o successivi ad egli stesso, fra i quali Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e, oggi, Jeff Koons.
La Factory di Warhol resta sempre in vita come laboratorio, scena e ispirazione creativa di intere generazioni e di esponenti della mondanità.
A Milano, Galleria Fumagalli (via Bonaventura Cavalieri 6) offre un’altra inedita visione dell’arte pop di Andy Warhol rapportata alla classicità di Jannis Kounellis.
Il progetto realizzato da Annamaria Maggi è visitabile fino al 29 maggio 2026 con un titolo che incuriosisce: ‘Kounellis | Warhol. La messa in scena della tragedia umana: la classicità di Jannis Kounellis e il pop di Andy Warhol’.
Lontani dal voler ricondurre i due maestri dell’arte contemporanea a una medesima matrice o sovrapposizione, l’esposizione riflette sulle differenze ideologiche ed estetiche, ma anche sulle loro tangenze culturali e spirituali.
Entrambi, hanno segnato in modo radicale il loro tempo, lasciando un’impronta profonda nella storia dell’arte, a un primo sguardo, ognuna inconciliabile, l’una immersa nell’ombra e nel peso della materia, l’altra nell’abbaglio fluorescente della superficie dell’immagine.
Roma, città centrale per Kounellis, intrisa di antichità e dicristianità; New York, sede di orgine di Warhol, capitale dell’immaginario globale e motore del capitalismo.
Un legame profondo con le radici orientali per entrambi e le tradizioni spirituali delle loro terre d’origine, la Grecia ortodossa e mediterranea per Kounellis, quella Slovacchia cattolica e bizantina che permea Warhol.
Kounellis manifesta la sua tensione creativa attraverso un’estetica della materia che incorpora gli oggetti del lavoro, i materiali poveri, gli elementi primari: ferro, carbone, lana, sacchi di iuta, fiamme.
La sua è una liturgia laica, materialista, tragica, nella quale il dolore del mondo trova espressione nella materia stessa e nelle fatiche umane.
Nelle opere di Warhol il dramma si nasconde dietro i simboli del consumo e della celebrità – dalle lattine di zuppa Campbell o ai volti di Marilyn e Jackie Kennedy – ad evocare la caducità e la fragilità della vita.
Entrambi, a modo loro, si sono rivolti alla massa, al popolo, agli emarginati, in modo mai disperato: è la bellezza ciò che resta, ciò che sopravvive al disincanto della storia e del consumo.
Forse in questo terreno comune, si può cominciare un dialogo possibile tra i due artisti.
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