In programma fino al 2 marzo 2026, curata dalla storica dell’arte Sharon Hecker, inaugura la mostra inedita su Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana, visitabile presso Collezione Peggy Guggenheim a Venezia.
Esclusivamente dedicata allʼintera produzione di opere in ceramica dell’innovativo e irriverente artista che ha coperto il XX secolo, ponendo lʼaccento su una parte meno nota ma essenziale della sua produzione, iniziata in Argentina negli anni Venti e proseguita poi per tutto il corso della sua vita.
Toccando due continenti e quattro decenni cruciali di storia e politica insieme ai temi scultorei, l’esposizione spazia dalle terracotte intime, a sculture figurative e a forme radicalmente astratte.
Alcune opere non smaltate, altre con leggeri tocchi di colore fino agli esperimenti con gli smalti, insieme ad altri artigiani, dal suo laboratorio ligure in Albissola.
Ci sono piatti, crocifissi, geometrie, figure femminili, forme marine, creature della natura, uova o semi o atomi e cellule che evocano la genesi della creazione, scolpiti con la forza materica della creta, liscia, ruvida, incisa, grezza, dipinta, tagliata o bucata.
Le fotografie dʼarchivio – alcune con Lucio Fontana al lavoro – e un cortometraggio inedito realizzato dal regista argentino Felipe Sanguinetti (Le ceramiche di Lucio Fontana a Milano) diventano integrante del percorso espositivo composto da opere e testimoniance dei vari interventi artistici site-specific integrati nei diversi tessuti architettonici e urbani.
Pioniere dello Spazialismo e dellʼarte concettuale, la veste di Fontana quale scultore legato alla materia e al potenziale tattile ed espressivo della creta restituisce un racconto più approfondito e completo del suo percorso artistico.
In effetti, Lucio Fontana, nato a Rosario de Santa Fé, da padre milanese e madre argentina, studia e lavora dapprima come scultore nello studio del padre e presso
lʼAccademia di Belle Arti di Brera sotto la guida dello scultore Adolfo Wildt, proseguendo con la ceramica nel laboratorio di Albisola, in Liguria, e poi a Sévres, in Francia.
Unitosi agli artisti espressionisti Corrente, fonda a Buenos Aires lʼAcademia de Altamira e pubblica il Manifiesto Blanco.
Ritornato a Milano, insieme a un gruppo di scrittori e filosofi, firma anche il Primo manifesto dello Spazialismo, punto di svolta nella sua carriera, manifestazione artistica realizzata da I Buchi, i dipinti nei quali fora le tele.
Negli ultimi anni della sua carriera internazionale, Fontana si interessa allʼallestimento site-specific delle sue opere, dedicategli in tutto il mondo, pur mai smettendo la sua lavorazione alla ceramica, anima generativa e sensuale, come egli stesso dichiara:
“Devi modellare e, nel modellato, dai tutta la vita, dai tutta la forma”.
Lʼaltra metà di Fontana si esprime nella delicatezza intimista, nel gusto sensibile, nella forza indiretta e sottintesa ricercata nella scultura.
“Avevo solo diciassette anni. Mi sono arruolato volontario nellʼesercito italiano. Ho visto e vissuto tutto lʼorrore dei campi per due anni, lʼamaro sapore della tragedia e ho sofferto il desiderio di tornare a casa, pieno di tormento e deluso. Ho vissuto il campo di battaglia in tutto il suo clamore ed è stato questo frangente del ritorno a farmi decidere fra il suicidio o il viaggio nellʼarte, espressione esterna per sondare tutte le reazioni che l’orrore mi aveva provocato. Dopo i ventʼanni ho iniziato a modellare”. Lucio Fontana
Photo credits:
Lucio Fontana c/o Atelier di Albissola con le Nature 1959-1960 – courtesy Lucio Fontana Foundation Milano by SIAE 2025
Manu-Facture: The Ceramics of Lucio Fontana – courtesy Peggy Guggenheim Collection – Ph. Claudia Corrent
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