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Only the Animals’, intervista al regista Dominik Moll

Valeria Bruni Tedeschi, Denis Ménochet, Laure Calamy, Damien Bonnard e Nadia Tereszkiewicz sono i protagonisti del film ‘Only the Animals’, diretti da Dominik Moll con la produzione e distribuzione di Parthénos.

Una donna scompare improvvisamente durante una tempesta di neve. Il giorno dopo la sua automobile viene ritrovata su una strada che sale verso l’altopiano dove si trovano alcune fattorie isolate. Mentre la polizia non ha alcuna pista da seguire, cinque persone sanno di avere a che fare con la scomparsa. Ciascuna di loro ha un segreto, ma nessuno immagina da quanto lontano sia partita questa storia.

Introduce il racconto Dominik Moll intervistato da Serge Kaganski, critico cinematografico:

Quando ho letto il romanzo di Colin Niel ‘Seules les Bêtes’ sono stato immediatamente catturato dalla sua atmosfera unica e mi sono subito chiesto come potesse essere adattato per lo schermo. Il confronto tra le storie che si intersecano porta a immaginare cose nascoste e un’atmosfera inquietante. Poi, a due terzi del libro, si è colti di sorpresa da un inaspettato passaggio dal mondo rurale e spopolato della campagna all’ambiente urbano e tropicale di Abidjan. E’ inteso poter raccontare le difficoltà del vecchio mondo rurale francese e la sorprendente situazione dei giovani in una megalopoli africana, in una strana interconnessione globale che oggi ci lega tutti. Il cuore della storia non sta nel risolvere il mistero della scomparsa della donna, ma i viaggi e i sogni che i personaggi rivelano sui loro rispettivi mondi e sul bisogno di essere amato, cosa che li porterà ad agire, a volte in meglio, altre in peggio”.

Come ha costruito la struttura del film?

Ho usato una struttura che crea mistero e suspense. Ogni nuovo capitolo del film rivela un ulteriore livello della narrazione complessiva, un altro punto di vista o nuovi elementi, che gettano nuova luce su ciò che può essere accaduto e, naturalmente, anche nuove zone d’ombra. Lo spettatore diventa perciò particolarmente attivo e costretto a cambiare i punti di vista, cosa che può confondere inizialmente, ma presto diventa divertente ed eccitante. L’unità della trama rimane comunque sempre preservata poiché ruota attorno allo stesso punto di riferimento: la scomparsa di Evelyne Ducat durante una tempesta di neve”.

La costruzione si basa su quello che Quentin Tarantino ha chiamato ‘la struttura Rashomon’, utilizzata anche in Jackie Brown?

È vero, ma nel film di Kurosawa abbiamo tre interpretazioni diverse della stessa storia. In ‘Only the Animals’, i punti di vista sono incompleti, intrecciati fra loro, e non coprono necessariamente lo stesso lasso di tempo. Per esempio, nella terza parte con Evelyne e Marion, andiamo indietro nel tempo. Questa costruzione rende la storia più allegra e sofisticata che se ci fossimo trovati esattamente nello stesso continuum spazio-temporale in ogni capitolo”.

Il Causse Méjean ha una dimensione cinematografica specifica, un panorama che aiuta la trama?

Sì, essenziale direi. Ci sono stato e sono stato colpito dal potenziale cinematografico dei suoi paesaggi. L’altopiano di Causse ha qualcosa di molto particolare. Questa vasta area deserta, circondata da gole, è una fortezza naturale, accessibile solo attraverso piccole strade piene di tornanti. Inoltre, la storia gioca su questo contrasto. Alcuni personaggi vivono sul Causse e altri nella valle. Naturalmente questi paesaggi coperti di neve sono meravigliosi sullo schermo, ma riflettono soprattutto le personalità dei personaggi, tutti diversi, singolari, ma uniti da un punto comune: il desiderio opprimente di fuggire dalla loro vita quotidiana, insieme alla loro cecità riguardo all’oggetto del loro desiderio”.

E’ un film pessimista o lucido e crudo nel suo approccio agli incontri romantici?

C’è molto idealismo in ognuno dei personaggi. Sono spinti dal desiderio di amare ed essere amati e la loro è una ricerca attiva. A volte può risultare strano o ridicolo, ma vogliono sempre crederci. C’è una crudeltà lampante nel fatto che loro tutti si sbagliano. Ciò porta un’aria da ‘black comedy’ con un’ironia che rende questa oscurità allo stesso tempo terribile ed euforica. Il personaggio di Michel (interpretato da Denis Ménochet) porta un altro tema: la dipendenza da Internet e il potere dei social network. Quando si è dietro lo schermo del computer o del telefono, ci si sente protetti, meno esposti, le inibizioni cadono, si osa andare oltre rispetto a quando si è davvero di fronte a qualcuno: lo schermo funge da catalizzatore per i propri desideri. E anche come via d’uscita”.

C’è una strana dimensione nel film, come un filo invisibile che collega i personaggi, a volte a loro insaputa. Anche lo sciamano porta all’interno di questo aspetto metafisico e non razionale…

Sì. Ad Abidjan, tutti consultano lo sciamano perché la dimensione magica esiste davvero per loro. E mi piace l’idea che l’irrazionale non sia molto lontano dal vero. Il film gioca davvero con le coincidenze quasi soprannaturali. Detto questo, Papa Sanou è anche materialista. La dimensione finanziaria segna tutta la storia. I giovani brouteurs hanno un rapporto molto particolare con il denaro, vogliono sperperarlo subito, non cercano di migliorare la loro vita quotidiana, non si immaginano nel futuro ma solo nel momento presente“.

Parliamo degli attori e dei loro personaggi.

Laure Calamy recita in un registro meno eccentrico del solito, fuori dalla zona di comfort, e interpreta un’assistente sociale generosa che vuole aiutare tutti, anche suo marito che la tradisce. Denis Ménochetinterpreta un Michel, perfetto con il suo misto di ingenuo infantilismo e una inespressività un po’ preoccupante. Lui permette di vivere tutto quello che succede nella sua mente ed è totalmente preso dal suo sogno. Anche Damien Bonnard emana una follia strana e contenuta che si adatta perfettamente al personaggio di Joseph e riesce a incarnare la realtà delle zone rurali isolate abitate da persone sole che non hanno avuto la fortuna di conoscere l’amore. Valeria Bruni Tedeschi anch’essa è stata contagiata dal genere noir e con il personaggio di Evelyne tenta di avere tutto sotto controllo, non vuole essere sopraffatta dai suoi sentimenti. La trovo sconvolgente nella scena in cui finisce per schiaffeggiare Marion. Nadia Tereszkiewicz è un’esordiente e ha funzionato molto in chimica con Valeria Bruni: dovevamo capire come si innamora a prima vista, cosa racconta a se stessa, come si aggrappa a questo amore”.

Come ha trovato i brouteurs, in particolare Guy-Roger “Bibisse” N’Drin?

Faissol Gnonlonfin e Joël Akafou, rispettivamente produttore e regista di Vivre Riche, un documentario sui truffatori di Abidjan, ci hanno aperto le porte di questo mondo dove abbiamo fatto i casting per i ruoli. Era importante per me che i giovani cyber-truffatori fossero interpretati da veri brouteurs. Bibisse ha un lato intelligente e malizioso che permette di provare empatia per lui e sentivo che il suo potenziale di attore chiedeva solo di essere sfruttato. Non aveva mai recitato prima, ma ha capito subito come fare, con un mix di astuzia e schiettezza. Nel suo incontro con Denis Ménochet via computer, il piacere infantile che prova nello spennare il suo pollo è davvero irresistibile”.

Visivamente Only the Animals è un film molto elegante. Aveva già lavorato con Patrick Ghiringhelli?

Sì, nella serie Eden ci eravamo già divertiti a lavorare insieme. Il suo modo di illuminare ha molto carattere e ci riesce senza che ce ne accorgiamo. È sorprendente. Ad entrambi piace fare affidamento su set e fonti di luce preesistenti per comporre l’inquadratura e l’illuminazione; per questo anche il lavoro con la scenografa Emmanuelle Duplay è stato molto importante. Per creare l’atmosfera specifica di questo film noir, abbiamo giocato sia sulle differenze tra il Causse coperto di neve e le atmosfere umide e polverose di Abidjan, ma anche sui contrasti tra i grandi spazi aperti dell’altopiano e i luoghi molto ristretti e spesso notturni, come il nascondiglio di Joseph o il piccolo ufficio che Michel ha costruito nella sua stalla”.

È stato difficile girare nei quartieri poveri di Abidjan?

Abbiamo girato nei quartieri di Yopougon e Treichville, dove non si vedono bianchi. Oltre al prezioso aiuto di Faissol Gnonlonfin e Joël Akafou, abbiamo potuto contare su una società di produzione locale (Boucan Productions), che ci ha semplificato il compito. La squadra era mista, europea e africana, il che ci ha anche permesso di essere accettati dagli abitanti. A volte, abbiamo lavorato in modo quasi documentaristico, soprattutto per le scene in strada dove abbiamo potuto utilizzare le persone che vivevano la loro vita quotidiana, il che porta sempre vitalità e realtà e rafforza e nutre ancora di più la finzione”.

Come dobbiamo interpretare il titolo ‘Only the Animals’?

Mi è sempre piaciuto il titolo, con la sua misteriosa bellezza, ma ogni volta che vedo Colin, l’autore del romanzo, mi dimentico di chiedergli quale sia il significato esatto per lui. Ci sono naturalmente gli animali nel film e forse sono gli unici a sapere cosa sia successo veramente la notte della tempesta. Nella sceneggiatura, Cedric, il poliziotto, parlava filosoficamente degli sguardi del bestiame, chiedendosi cosa passi loro per la testa quando ci guardano. Forse dobbiamo solo preservare la bellezza di questo mistero e lasciare a ognuno la propria interpretazione”.

 

<Serge Kaganski>


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